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da Press-IN anno IV / n. 457
La Repubblica del 26-02-2012
Le peripezie di lorena "diversa" con fantasia
Una studentessa dislessica fa vedere un modo alternativo e più ricco di affrontare la vita. Anche se la fatica è tanta. Emerge anche il nuovo linguaggio con cui i giovani esprimono le loro difficoltà in un mondo sempre più ostile La nissena Lucia Collerone racconta in "200 giorni" la fatica dei docenti in una scuola siciliana dove scarseggiano i mezzi per dare risposte ai problemi dei ragazzi
di ANNA LI VIGNI
PALERMO. Me lo sentivo che sarebbe stata una giornata schifosa oggi, non volevo venire qua. Volevo restare a casa. Ho un mal di pancia da paura. Se la guardo le spuntano i serpenti dai capelli e divento di sale. Non la guardo, è meglio così. Forse non mi vede, magari sparisco. Mi devo nascondere, mimetizzare. Non posso farmi vedere da lei. Non deve accorgersi di me. Bellante? Chi è Bellante Lorena? Sembra il Ciclope quando chiede "Chi sei tu?". Ora le rispondo: "Nessuuuno". Attenta ti lancia un fulmine! Mi ha beccato, mi ha beccato! Lo sapevo, dovevo legare i capelli, stringerli in una coda. Sciolti così, a montagna, mi rendono troppo evidente. Alzo la mano a mezz´asta, in segno di lutto. Vieni alla lavagna. Così verifichiamo cosa sapete di grammatica. Siamo 24, cavolo, 24 e va a scegliere me? Devo alzarmi. Non ce la faccio. Perché me? Il mal di pancia è insopportabile. Che facciamo notte? Muoviti, signorina Bellante, che abbiamo una caterva di cose da fare stamattina. BAM! Ma che fai? Stai attenta. Sembri una trottola. Che botta! Ho sbattuto il fianco sullo spigolo un´altra volta, mi verrà un livido enorme... Incipi del libro di Lucia Collerone, 200 giorni (edizioni Arethusa, 416 pagine, 18 euro) Duecento sono i giorni di scuola. Ma gli ultimi cinquanta, quando nei diari i ragazzini appuntano il classico count down, non finiscono mai. Per Lorena - Bellante Lorena, nell´eco della voce dei proff. tra le mura di classe - la vita a scuola è una piccola odissea. 16 anni, ribelle, ironica e ottimista per natura, Lorena è la protagonista di 200 giorni della scrittrice nissena Lucia Collerone, un romanzo pieno di forza e delicatezza, amore e amarezza, realismo e positività. La scuola siciliana è quello che è, e il liceo frequentato dalla protagonista in un non ben identificato paese dell´entroterra non fa eccezione: carenza di strutture, docenti per lo più demotivati. La scuola del «si fa quel che si può». Per Lorena, poi, le cose sono ancora più complicate. È dislessica e disortografica. Non sono parolacce, e nemmeno denominazioni di una malattia. Sono solo termini che esprimono un modo di essere un po´ diverso, forse migliore. In pratica, la dislessia comporta l´assenza dei normali automatismi del linguaggio. Conoscere le regole ortografiche delle doppie, dell´apostrofo, degli accenti, non aiuta affatto a riconoscerli quando si legge e si scrive. Durante la lettura le righe si mettono a ondeggiare come il mare in tempesta. La memoria, poi, è di tipo visivo e non verbale: significa che le parole e le lettere si riconoscono non dal loro suono, bensì dalla loro forma e dai colori. Una cosa da nulla in un sistema scolastico normalmente efficiente. Anche perché esistono strumenti compensativi, "diavolerie" elettroniche, come il reader, che permettono a Lorena di ottenere un ottimo rendimento. Ma è un´enormità nella scuola di Lorena. I professori hanno altri problemi da risolvere prima di pensare ad acculturarsi in fatto di dislessia: per questo faticano a elargire quell´8 in pagella che lei meriterebbe, limitandosi a un 7. Il romanzo di Collerone, però, non vuole essere affatto di denuncia. Vuole soltanto narrare una storia, rappresentare la realtà di una ragazzina di 16 anni alle prese con le mappe concettuali per imparare la lezione sulla Divina Commedia, alle prese col primo bacio rubato nella sua cameretta, con la porta chiusa a chiave a casa di mamma e papà. La narrazione è in prima persona, la cadenza del ritmo veloce e densa di spunti umoristici. L´autrice, esperta studiosa di dislessia, ci fa adottare la visione del mondo di Lorena, ci fa scoprire che essere dislessici può diventare un vantaggio in termini di fantasia e spirito di osservazione del mondo. Tuttavia, se Lorena ce la fa, è perché alle spalle ha la sua famiglia. La mamma, con la sua dedizione totale sin dai tempi della prima elementare: «Dobbiamo imparare le letterine tutte in ordine. Sai cosa facciamo, amore della mamma? Ci inventiamo una filastrocca … un meraviglioso disegno coi pennelli … mettiamo questi cartelli per tutto il corridoio e ogni volta che ci passiamo li leggiamo … facciamo le lettere con la plastilina, con la pasta per le pizze». E poi c´è l´amato nonno: «Forza Lorenuccia, avanti giuiuzza bedda du nonnu, sei pronta? Partiamo, saliamo fino alla nonna a piedi e per ogni gradino una letterina. Sei pronta? A, B, C…». Se la scuola è una palestra per il mondo, la terza liceo frequentata da Lorena è una palestra molto dura. C´è chi ha problemi più grandi dei suoi, come il compagno Antonio, tetraplegico, capace di una tale autoironia da regalare alcuni tra i momenti più divertenti del romanzo. La "diversità" diventa un concetto così aperto da perdere ogni significato. La lingua utilizzata è realistica, spesso modellata alle immaginifiche distorsioni della dislessia, deliziosi neologismi forgiati dai presunti "errori" linguistici di Loren: come la pasta con le "cozzole", una parola mista che unisce cozze e vongole. Non mancano abbreviazioni linguistiche, nei testi degli sms e nelle pagine di "diario segreto", e inserti dialettali di grande effetto umoristico: pizzi i fangu e minchiona è quella disgraziata della professoressa Buttafuoco, soprannominata significativamente Tenebra. È la lingua dei ragazzi di sedici anni della provincia siciliana, piena di rabbia, immaginazione e colore, visioni poetiche postmodern e metafore humour: «Concita lo sa come mi sento, uno scopino nel cesso mi sento». Si scopre un mondo di piccoli uomini e donne che preferiscono incontrarsi piuttosto che trovarsi su Facebook, anche perché non avrebbero il tempo per starsene davanti al computer: la mattina si alzano prima dell´alba e viaggiano per ore nei bus che li portano dal loro paesello a scuola. Alcuni di loro la sera lavorano per aiutare la famiglia. Hanno interessi, si impegnano. Questo romanzo, risposta siciliana intelligente alla superficialità di certa letteratura "mocciosa", è una istantanea della scuola italiana che si arresta di fronte a ogni difficoltà. In questo caso, le difficoltà di Lorena con la memoria linguistica. Ha bisogno di essere aiutata a imparare la lezione, non memorizzandola, ma creandosi mappe concettuali, cioè utilizzando il pensiero analogico. Insomma: Lorena, per imparare, ragiona. Questa lezione apparentemente così banale dobbiamo apprenderla proprio da questa ragazzina dislessica tutto pepe. Imparare a memoria, "a pappagallo", come ci sentivamo ripetere da bambini, non è mai servito a nessuno. Imparare a ragionare, invece, è cosa ben diversa, Ma a scuola lo si fa troppo raramente.
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