RosannaRota
Cos'ho imparato da Don Milani
(domenica 29 luglio 2007)

Che cosa ho imparato, come insegnante, dalla scuola di Don Milani?

 

-         che la scuola non è una democrazia, ma una monarchia che deve educare alla vita democratica. Il finto cameratismo fra insegnanti e studenti è una bufala, una fregatura: il rapporto è comunque sempre squilibrato, finché noi insegnanti abbiamo il registro “dalla parte del manico”. I ragazzi hanno bisogno di rispetto reciproco, di regole chiare e sensate, di punti di riferimento, di pratiche didattiche efficaci. Gli amici se li trovano da soli, fra quelli della loro età. Un insegnante deve essere qualcosa di più: un modello, un capo che sa dolcemente imporre le regole della convivenza civile e della cultura, senza spianare troppo la strada ai ragazzi, ma abituandoli a superare difficoltà via via più ardue, perché si formino ad affrontare la vita sociale e lavorativa;

 

-         che nelle attività didattiche occorre spendere tutto il tempo che occorre, senza farsi prendere dall’ansia del programma. Il programma non è un idolo da venerare: se svolgerlo tutto vuol dire fare tutto in modo superficiale, meglio operare sostanziosi tagli e insegnare ai ragazzi come approfondire gli argomenti, fornendo un supporto metodologico chiaro per ogni materia. Questo sarà veramente utile per il loro futuro. E’ ovvio che i contenuti minimi sono necessari: non si può costruire un apprendimento sul nulla! Ancora una volta, la lezione del Priore di Barbiana è quella di un sano buon senso;

 

-         che i metodi didattici sono, tutto sommato, un falso problema. A chi gli chiedeva di insegnare il proprio “metodo”, Don Milani rispondeva che non è importante come si insegna, ma come si è. Con questo intendeva dire, col suo abituale atteggiamento provocatorio, che qualunque buon metodo, se proposto con gli atteggiamenti sbagliati, può diventare inutile o addirittura dannoso. Quello che conta più di tutto è il nostro atteggiamento nei confronti dei ragazzi: loro hanno le cosiddette antenne, lo captano subito se ci teniamo a loro! A quel punto, è ovvio che cercheremo il metodo più adatto per risolvere quel certo problema didattico in quel certo, preciso momento... ma anche per i metodi, non bisogna farne degli idoli! Ciò che conta veramente è ardere dall’ansia di veder fiorire i giovani, di vederli diventare degli splendidi adulti;

 

-         che l’attenzione agli “ultimi” non è un atteggiamento che rallenta l’attività didattica, ma, al contrario, la arricchisce di umanità e di cultura. La arricchisce perché costringe a cercare strade alternative a quelle tradizionali, più coinvolgenti e più efficaci (spesso per tutti, non solo per chi è in difficoltà). Chi sono questi “ultimi”? Non certo gli svogliati (a cui, secondo il Priore, basta dare uno scopo), ma le persone più in difficoltà. Qui si parla di handicap, di immigrati... problemi scottanti della scuola d’oggi! Bisogna battersi per migliorare le leggi, ma anche cercare di fare il possibile, subito, con questa organizzazione scolastica, per quanto carente, in modo che si cerchi di colmare il divario fra chi “possiede la parola”, per usare un’espressione milaniana, e chi non la possiede;

 

-         che l’insegnamento linguistico è fondamentale, proprio per dare a tutti gli strumenti per comunicare e per far valere le proprie ragioni. Io, che attualmente dovrei insegnare soprattutto letteratura, visto che mi trovo ad insegnare lettere nel triennio delle superiori, privilegio comunque lo sviluppo delle capacità di comunicazione, sia orale che scritta, facendo pesare moltissimo sui voti la correttezza morfosintattica, la proprietà lessicale, l’organizzazione logica del discorso, l’efficacia comunicativa e premiando moltissimo i progressi in questi campi. Ma si dovrebbe fare di più: ogni insegnante, di qualunque materia, dovrebbe curare a fondo l’apprendimento del linguaggio specifico nel suo campo, proprio perché si tratta di una capacità da formare in modo trasversale.

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