Che cosa ho imparato, come insegnante, dalla scuola di Don
Milani?
-che la scuola non è una democrazia, ma una monarchia
che deve educare alla vita democratica. Il finto cameratismo fra insegnanti e
studenti è una bufala, una fregatura: il rapporto è comunque sempre
squilibrato, finché noi insegnanti abbiamo il registro “dalla parte del
manico”. I ragazzi hanno bisogno di rispetto reciproco, di regole chiare e
sensate, di punti di riferimento, di pratiche didattiche efficaci. Gli amici se
li trovano da soli, fra quelli della loro età. Un insegnante deve essere
qualcosa di più: un modello, un capo che sa dolcemente imporre le regole della
convivenza civile e della cultura, senza spianare troppo la strada ai ragazzi,
ma abituandoli a superare difficoltà via via più ardue, perché si formino ad
affrontare la vita sociale e lavorativa;
-che nelle attività didattiche occorre spendere tutto il
tempo che occorre, senza farsi prendere dall’ansia del programma. Il programma
non è un idolo da venerare: se svolgerlo tutto vuol dire fare tutto in modo
superficiale, meglio operare sostanziosi tagli e insegnare ai ragazzi come
approfondire gli argomenti, fornendo un supporto metodologico chiaro per ogni
materia. Questo sarà veramente utile per il loro futuro. E’ ovvio che i contenuti
minimi sono necessari: non si può costruire un apprendimento sul nulla! Ancora
una volta, la lezione del Priore di Barbiana è quella di un sano buon senso;
-che i metodi didattici sono, tutto sommato, un falso
problema. A chi gli chiedeva di insegnare il proprio “metodo”, Don Milani
rispondeva che non è importante come si insegna, ma come si è. Con questo
intendeva dire, col suo abituale atteggiamento provocatorio, che qualunque buon
metodo, se proposto con gli atteggiamenti sbagliati, può diventare inutile o
addirittura dannoso. Quello che conta più di tutto è il nostro atteggiamento
nei confronti dei ragazzi: loro hanno le cosiddette antenne, lo captano subito
se ci teniamo a loro! A quel punto, è ovvio che cercheremo il metodo più adatto
per risolvere quel certo problema didattico in quel certo, preciso momento...
ma anche per i metodi, non bisogna farne degli idoli! Ciò che conta veramente è
ardere dall’ansia di veder fiorire i giovani, di vederli diventare degli
splendidi adulti;
-che l’attenzione agli “ultimi” non è un atteggiamento
che rallenta l’attività didattica, ma, al contrario, la arricchisce di umanità
e di cultura. La arricchisce perché costringe a cercare strade alternative a
quelle tradizionali, più coinvolgenti e più efficaci (spesso per tutti, non
solo per chi è in difficoltà). Chi sono questi “ultimi”? Non certo gli
svogliati (a cui, secondo il Priore, basta dare uno scopo), ma le persone più
in difficoltà. Qui si parla di handicap, di immigrati... problemi scottanti
della scuola d’oggi! Bisogna battersi per migliorare le leggi, ma anche cercare
di fare il possibile, subito, con questa organizzazione scolastica, per quanto
carente, in modo che si cerchi di colmare il divario fra chi “possiede la
parola”, per usare un’espressione milaniana, e chi non la possiede;
-che l’insegnamento linguistico è fondamentale, proprio
per dare a tutti gli strumenti per comunicare e per far valere le proprie
ragioni. Io, che attualmente dovrei insegnare soprattutto letteratura, visto
che mi trovo ad insegnare lettere nel triennio delle superiori, privilegio
comunque lo sviluppo delle capacità di comunicazione, sia orale che scritta,
facendo pesare moltissimo sui voti la correttezza morfosintattica, la proprietà
lessicale, l’organizzazione logica del discorso, l’efficacia comunicativa e
premiando moltissimo i progressi in questi campi. Ma si dovrebbe fare di più:
ogni insegnante, di qualunque materia, dovrebbe curare a fondo l’apprendimento
del linguaggio specifico nel suo campo, proprio perché si tratta di una
capacità da formare in modo trasversale.