Non so come lo chiamate voi: dalle mie parti il ricevimento
generale degli insegnanti viene popolarmente chiamato “il visitone”.
I genitori sono ovviamente esasperati dalle lunghe file
d’attesa nei corridoi, noi prof. siamo altrettanto esasperati dalla scarsità
del tempo a disposizione per ogni colloquio e dai bidelli che ci fanno fretta
per chiudere la scuola secondo l’orario prestabilito...
Non tutto va sempre liscio: una volta, per esempio, due
genitori si sono picchiati per una questione di precedenza. Ci ho un po’
scherzato sopra, dicendo che “la gente fa a botte per parlare con me”, e non in
senso figurato... ma ci sono rimasta un po’ male, devo ammetterlo.
Di solito, però, le cose vanno meglio, ma, ovviamente, mi si
riversa addosso tutto il carico dei problemi umani, familiari, intellettivi,
caratteriali dei miei ragazzini. I genitori mi vedono spesso come una spalla su
cui piangere, o addirittura come una santa taumaturga che con l’imposizione
delle mani potrebbe, se solo lo volesse, risolvere tutto... mi ci vuole un bel
po’ di pazienza per far capire che sono solo una povera diavola che riesce ad
andare d’accordo coi ragazzi anche quando dà votacci (il perché è ancora un
mistero, per me), ma che non posso far miracoli...
Insomma, una faticaccia!
C’è però un momento in cui il visitone riesce,
incredibilmente, a tirarmi su il morale: quando incontro i genitori di una
classe iniziale, alla fine del primo anno scolastico.
Quest’anno, per esempio, ho una terza. E’ stata tutta una
teoria di mamme che mi chiedevano, con fare apprensivo: “Ma, scusi,
professoressa, lei l’anno prossimo avrà ancora questa classe?” e, quando
spiegavo che conto, almeno per quanto dipende da me, di portarli fino in
quinta, tiravano dei gran sospironi di sollievo e mi salutavano tutte giulive.
Beh, devo ammetterlo, questo mestiere dà qualche
soddisfazione!
Se magari desse anche un po’ più di stipendio, sarebbe quasi
perfetto, ma questa è un’altra storia...