RosannaRota
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LEGGERE AD ALTA VOCE
(giovedì 13 settembre 2007)

Ci sono delle abilità che spesso noi insegnanti diamo per scontate nei nostri allievi, specie nella scuola superiore.

Una di queste è la lettura ad alta voce. Non c’è tempo di lavorarci sopra, così i ragazzi borbottano, cincischiano, bofonchiano... una pena. Ma noi dobbiamo occuparci di letteratura, di concetti, di contenuti... così la povera lettura resta relegata al rango di cenerentola: chi sa fare sa fare, gli altri si arrangino.

Io, sinceramente, non riesco più a ignorare questo problema: come posso far apprezzare poesie stupende, dagli echi sonori inimitabili, con queste letture pasticciate? Come posso immaginare che i miei studenti diventino adulti capaci di comunicare in qualsiasi situazione ufficiale, in cui sappiamo bene che spesso occorre saper leggere, anzi, interpretare a voce alta un testo scritto, se si vuole essere chiari e convincenti?

Il teatro nella scuola aiuta moltissimo: i ragazzi che recitano conoscono bene l’importanza del “porgere” un testo. Ma gli altri?

Sto cercando di sbrigliare la mia fantasia: il ripasso sulla struttura e l’interpretazione dei testi poetici, che faccio sempre all’inizio del triennio, comprende sempre di più esercizi di lettura in cui viene valutata la resa del ritmo e dei suoni.

Sto meditando di organizzare gare di lettura dantesca in tutte le mie classi. Magari a squadre.

Magari potrei utilizzare il podcast per registrare le voci dei ragazzi e favorire l’autovalutazione tramite il riascolto...

Mi piacerebbe raccogliere altre idee per attività didattiche in questo campo: qualcuno può fornirmi suggerimenti utili?

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UN LIBRO PER COMINCIARE BENE
(mercoledì 05 settembre 2007)

Non date retta alla quarta di copertina, che la avvicina a Starnone e Mastrocola: Antonella Landi è  La Profe, l’unica e vera, almeno per tutto il popolo della rete, fra cui è popolarissima.

Non ha né la totale autoironia di Starnone, né la totale incapacità di autoironia della Mastrocola: La Profe è dotata di un sano egocentrismo che la rende comicamente sincera, appassionata, innamorata dei suoi studenti perché è innamorata della vita. Non cita mai pedagogisti famosi, ma conosce a fondo i suoi ragazzini, ce li presenta in tutta la loro sana vitalità. Qualcuno le rimprovera un’incresciosa tendenza, tutta toscana, all’uso delle “parolacce”. Ma io preferisco una profe che ai suoi studenti dà del “bischero”, sorridendo, ad altre che danno del “cretino”, e seriamente. Lei non manca mai di rispetto ai suoi studenti, li tratta anzi come piccoli adulti, ottenendone in cambio lo stesso rispetto e la stessa simpatia.

L’ho conosciuta (virtualmente) un paio d’anni fa, in rete, quando il suo blog era ancora color viola fiorentina e non dominato da quell’immagine della Pucca che La Profe si è scelta come alter ego un po’ beffardo. L’ho amata subito, mi sono rispecchiata in lei, nonostante la differenza generazionale (perché io ho qualche annetto in più, purtroppo), e l’ho frequentata regolarmente perché sa presentare con garbo e vivacità la vita quotidiana di un’insegnante, anche quando racconta i suoi fatti privati, deiezioni comprese. Insomma, La Profe riesce a farti ridere o piangere quando lei ride o piange, perché ci senti sotto la sincerità dei suoi sentimenti e la passione per il suo lavoro.

Passare da un blog ad un libro non è un fatto automatico: non a tutti l’operazione riesce bene. Ma La Profe ha una scrittura particolare già nel blog: non ti ammorba con lunghi sfoghi intimistici, preferisce il post breve, secco e fulminante, oppure il racconto piano di fatti e ricordi. Lo stesso stile, trasferito in un libro, si è agevolmente adattato alla scansione più logica per chi parla della scuola: primo quadrimestre, secondo quadrimestre. Il racconto di un anno scolastico, con tante piccole digressioni fatte di ricordi e di opinioni. Qualche esempio? “Mai per ripiego” (riferito alla carriera dell’insegnante), “Libridine”, “Il sesso confuso degli studenti”... fino ad arrivare all’ormai famoso “Del professore che non tromba e altre confidenze”, in cui La Profe rivela argutamente il motivo dell’insoddisfazione di tanta parte del corpo docente.

Mi sono trovata male soltanto con i nomi dei personaggi, perché nel testo sono stati tutti cambiati per rispetto della privacy... fortuna che i soprannomi sono gli stessi o quasi, così si ritrovano Errhemoscia, Bellicapelli, Cecino, Mestruata e Ancoranò, fino ad arrivare a lui, l’Impavido, il simbolo dello spirito critico e libero, il ragazzino che gli adulti odiano perché non sanno dominarlo e che La Profe ama di amore orgoglioso. Sospetto che lo ami soprattutto perché anche lei è uno spirito critico e libero: come definire altrimenti una che si è tolta la soddisfazione di dire “no, grazie” a Maurizio Costanzo?

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Cos'ho imparato da Don Milani
(domenica 29 luglio 2007)

Che cosa ho imparato, come insegnante, dalla scuola di Don Milani?

 

-         che la scuola non è una democrazia, ma una monarchia che deve educare alla vita democratica. Il finto cameratismo fra insegnanti e studenti è una bufala, una fregatura: il rapporto è comunque sempre squilibrato, finché noi insegnanti abbiamo il registro “dalla parte del manico”. I ragazzi hanno bisogno di rispetto reciproco, di regole chiare e sensate, di punti di riferimento, di pratiche didattiche efficaci. Gli amici se li trovano da soli, fra quelli della loro età. Un insegnante deve essere qualcosa di più: un modello, un capo che sa dolcemente imporre le regole della convivenza civile e della cultura, senza spianare troppo la strada ai ragazzi, ma abituandoli a superare difficoltà via via più ardue, perché si formino ad affrontare la vita sociale e lavorativa;

 

-         che nelle attività didattiche occorre spendere tutto il tempo che occorre, senza farsi prendere dall’ansia del programma. Il programma non è un idolo da venerare: se svolgerlo tutto vuol dire fare tutto in modo superficiale, meglio operare sostanziosi tagli e insegnare ai ragazzi come approfondire gli argomenti, fornendo un supporto metodologico chiaro per ogni materia. Questo sarà veramente utile per il loro futuro. E’ ovvio che i contenuti minimi sono necessari: non si può costruire un apprendimento sul nulla! Ancora una volta, la lezione del Priore di Barbiana è quella di un sano buon senso;

 

-         che i metodi didattici sono, tutto sommato, un falso problema. A chi gli chiedeva di insegnare il proprio “metodo”, Don Milani rispondeva che non è importante come si insegna, ma come si è. Con questo intendeva dire, col suo abituale atteggiamento provocatorio, che qualunque buon metodo, se proposto con gli atteggiamenti sbagliati, può diventare inutile o addirittura dannoso. Quello che conta più di tutto è il nostro atteggiamento nei confronti dei ragazzi: loro hanno le cosiddette antenne, lo captano subito se ci teniamo a loro! A quel punto, è ovvio che cercheremo il metodo più adatto per risolvere quel certo problema didattico in quel certo, preciso momento... ma anche per i metodi, non bisogna farne degli idoli! Ciò che conta veramente è ardere dall’ansia di veder fiorire i giovani, di vederli diventare degli splendidi adulti;

 

-         che l’attenzione agli “ultimi” non è un atteggiamento che rallenta l’attività didattica, ma, al contrario, la arricchisce di umanità e di cultura. La arricchisce perché costringe a cercare strade alternative a quelle tradizionali, più coinvolgenti e più efficaci (spesso per tutti, non solo per chi è in difficoltà). Chi sono questi “ultimi”? Non certo gli svogliati (a cui, secondo il Priore, basta dare uno scopo), ma le persone più in difficoltà. Qui si parla di handicap, di immigrati... problemi scottanti della scuola d’oggi! Bisogna battersi per migliorare le leggi, ma anche cercare di fare il possibile, subito, con questa organizzazione scolastica, per quanto carente, in modo che si cerchi di colmare il divario fra chi “possiede la parola”, per usare un’espressione milaniana, e chi non la possiede;

 

-         che l’insegnamento linguistico è fondamentale, proprio per dare a tutti gli strumenti per comunicare e per far valere le proprie ragioni. Io, che attualmente dovrei insegnare soprattutto letteratura, visto che mi trovo ad insegnare lettere nel triennio delle superiori, privilegio comunque lo sviluppo delle capacità di comunicazione, sia orale che scritta, facendo pesare moltissimo sui voti la correttezza morfosintattica, la proprietà lessicale, l’organizzazione logica del discorso, l’efficacia comunicativa e premiando moltissimo i progressi in questi campi. Ma si dovrebbe fare di più: ogni insegnante, di qualunque materia, dovrebbe curare a fondo l’apprendimento del linguaggio specifico nel suo campo, proprio perché si tratta di una capacità da formare in modo trasversale.

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QUARANT’ANNI DOPO LETTERA A UNA PROFESSORESSA.
(venerdì 29 giugno 2007)

In occasione dei quarant’anni dalla pubblicazione di Lettera a una professoressa, si parla tanto di Don Milani, gli si dedicano incontri e convegni... nonostante tutto, molti di noi hanno ancora informazioni vaghe e confuse sulla sua vita e sul suo operato.

Vorrei fornire un modesto contributo alla diffusione delle sue idee con qualche breve riflessione e con brani dei suoi scritti.

 

Chi era Don Milani?

 

Lorenzo Milani nacque nel 1923 a Firenze da famiglia coltissima e benestante. Frequentò le scuole a Milano, dove il padre si era trasferito per motivi di lavoro; dopo il liceo e un breve periodo in cui si dedicò alla pittura, decise di entrare in seminario. Fu ordinato sacerdote nel ’47 e il suo primo incarico fu come cappellano a San Donato di Calenzano, vicino a Prato, dove fondò una scuola serale per gli operai. Fu trasferito nel ‘54 come priore a Barbiana, in Mugello, un paesino sperduto dove fondò la famosa scuola per i figli dei montanari, creando scalpore ed interpretazioni controverse del suo operato. I momenti di maggiore polemica, per Don Milani, furono due: l’episodio della famosa lettera in difesa dell’obiezione di coscienza, che lo portò a doversi difendere in un processo che si concluse con la sua assoluzione, e la pubblicazione della Lettera a una professoressa, testo scritto dai suoi allievi, con la sua “regia”, per denunciare i difetti della scuola pubblica e proporre rimedi che la rendessero più democratica e qualificante. Morì nel 1967 per un tumore, continuando a fare scuola fino all’ultimo, prima da una poltrona e infine dal letto.

 

Come’era la scuola di Don Milani?

 

Ce lo raccontano i suoi stessi allievi, in una lettera che scrissero nel 1963 ai ragazzi di Piadena che avevano la fortuna di avere come maestro Mario Lodi:

 

La nostra scuola è privata.

E’ in due stanze della canonica più due che ci servono da officina.

D’inverno ci stiamo un po’ stretti. Ma da aprile a ottobre facciamo scuola all’aperto e allora il posto non ci manca!

Ora siamo 29. Tre bambine e 26 ragazzi.

Soltanto nove hanno la famiglia nella parrocchia di Barbiana.

Altri cinque vivono ospiti di famiglie di qui perché le loro case sono troppo lontane.

Gli altri quindici sono di altre parrocchie e tornano a casa ogni giorno: chi a piedi, chi in bicicletta, chi in motorino. Qualcuno viene molto da lontano, per es. Luciano cammina nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare.

Il più piccolo di noi ha 11 anni, il più grande 18.

I più piccoli fanno la prima media. Poi c’è una seconda e una terza industriali.

Quelli che hanno finito le industriali studiano altre lingue straniere e disegno meccanico. Le lingue sono: il francese, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco. Francuccio che vuol fare il missionario comincia ora anche l’arabo.

L’orario è dalle otto di mattina alle sette e mezzo di sera. C’è solo una breve interruzione per mangiare. La mattina prima delle otto quelli più vicini in genere lavorano in casa loro nella stalla o a spezzare legna.

Non facciamo mai ricreazione e mai nessun gioco.

Quando c’è la neve sciamo un’ora dopo mangiato e d’estate nuotiamo un’ora in una piccola piscina che abbiamo costruito noi.

Queste non le chiamiamo ricreazioni ma materie scolastiche particolarmente appassionanti! Il priore ce le fa imparare solo perché potranno esserci utili nella vita.

I giorni di scuola sono 365 l’anno. 366 negli anni bisestili.

La domenica si distingue dagli altri giorni solo perché prendiamo la messa.

Abbiamo due stanze che chiamiamo officina.

Lì impariamo a lavorare il legno e il ferro e costruiamo tutti gli oggetti che servono per la scuola.

Abbiamo 23 maestri! Perché, esclusi i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli che sono minori di loro.

Il priore insegna solo ai più grandi. Per prendere i diplomi andiamo a fare gli esami come privatisti nelle scuole di stato.

[...]

 

(Lettere di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1975, pag. 167 sg.)

 

Si può riprodurre nelle nostre scuole il “miracolo” di Barbiana?

 

Il segreto di Barbiana era “non esportabile” per ammissione dello stesso Priore (Lettera a Giorgio Pecorini, pag. 127 delle Lettere: “…la scuola come io la vorrei non esisterà mai altro che in qualche minuscola parrocchietta di montagna oppure nel piccolo d’una famiglia dove il babbo e la mamma fanno scuola ai loro bambini”). Se continuiamo a parlarne è perché, anche se non possiamo riprodurre completamente quella realtà, abbiamo molto da imparare da essa, in particolare per quanto riguarda la gestione dei rapporti fra le diverse componenti che entrano in gioco nel mondo della scuola: gli studenti, i genitori, gli insegnanti e tutto il personale non docente.

(continua...)

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DICESI MAESTRO
(domenica 27 maggio 2007)

I quarant’anni dalla pubblicazione di Lettera a una professoressa mi hanno costretta a ricordare che, se faccio l’insegnante, è perché quando ero all’università ho letto quel libro.

 

Io (che a quell’epoca ero una Pierina insoddisfatta che studiava cose molto belle senza vederne più, però, l’utilità) ho letto l’appello a Pierino come se fosse rivolto a me. Ricordate?

 

Povero Pierino, mi fai quasi compassione. Il privilegio l’hai pagato caro. Deformato dalla specializzazione, dai libri, dal contatto con gente tutta eguale. Perché non vieni via?

Lascia l’università, le cariche, i partiti. Mettiti subito a insegnare. La lingua solo e null’altro.

Fai strada ai poveri senza farti strada. Smetti di leggere, sparisci. E’ l’ultima missione della tua classe.

Non tentare di salvare gli amici vecchi. Se gli riparli anche una volta sola sei sempre come prima.

Neanche per la scienza non ti dar pensiero. Basteranno gli avari a coltivarla. Faranno anche le scoperte che servono per noi. Irrigheranno il deserto, caveranno bracioline dal mare, vinceranno malattie.

A te che te ne importa? Non dannarti l’anima e l’amore per cose che andranno avanti anche da sé.

(Lettera a una professoressa, pag. 96 sg).

 

Era probabilmente il ritratto dello stesso Lorenzo Milani, che proveniva da famiglia colta e benestante e scelse di fare il prete e il maestro fra i più poveri, per fare loro strada senza farsi strada, proprio come il libro consiglia a Pierino. Ma le mie insoddisfazioni di allora trovarono di colpo una spiegazione: non era la cultura che mi stava stufando, solo quel considerarla in modo egoistico, come un tesoro da tenere tutto per me in vista di una possibile carriera universitaria.

 

Così decisi di occuparmi di ragazzi. Di fare quel lavoro che mai avrei pensato di poter fare, visto il desolante panorama generale della scuola che mi ritrovavo davanti.

 

Cosa mi convinse più di tutto? Una breve frase:

Il sapere serve solo per darlo. “Dicesi maestro chi non ha nessun interesse culturale quando è solo”.

(Lettera a una professoressa, pag. 110).

 

Questa frase è diventata uno dei miei motti preferiti.

La gioia del sapere me l’hanno ridata, in effetti, quei ragazzi con cui la condivido. Preparare un’attività, un approfondimento, dei materiali per loro mi consente di arricchire continuamente la mia preparazione con un ben preciso scopo: quello di aiutare qualcun altro ad elevarsi, grazie ai miei interessi culturali, coltivati per rispondere alle curiosità ed ai bisogni educativi dei miei studenti.

Loro lo sentono, spesso, tutto questo, e in molti mi ripagano fiorendo in modi splendidi, che mi riempiono di orgoglio.

In molti, ma non tutti, è vero, potrebbe dire qualche pignolo. Ma il mio obiettivo è insegnare, gente, mica fare miracoli!

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CI RISIAMO CON LE TESINE!
(venerdì 04 maggio 2007)
Anche quest’anno i ragazzi di quinta sono tornati all’attacco: vogliono consigli per le “tesine”!

Mi ci vuole tutta la mia ben nota pazienza per non mandarli a quel paese...

Parlamoci chiaro: ormai lo sanno tutti che le “tesine” d’esame sono nella maggior parte dei casi frutto di un forsennato copia-incolla sui siti più gettonati dagli studenti, quelli che forniscono compiti pronti, appunti, versioni tradotte e, appunto, le “tesine”. Quando non si ricicla di brutto quella del fratello maggiore, del cugino, dell’amico, del parente di un parente...

Non voglio certo negare che vi siano lavori veramente ben fatti, frutto di un reale approfondimento personale, ma la faccenda nel suo complesso appare seriamente svalutata.

E allora?

Per prima cosa, ho abolito la parola “tesina”. La legge parla soltanto di approfondimento di un argomento a scelta del candidato, con possibili collegamenti interdisciplinari. Quindi i ragazzi hanno lasciato perdere questa terminologia che li porta già di per sé stessa fuori strada, e parlano di “argomento a scelta” o “approfondimento personale”.

Per seconda cosa, ho ben chiarito che la commissione vuole soltanto una mappa di una pagina, con una descrizione generale dell’argomento che il singolo ha scelto di approfondire.

Per terza cosa, ho chiarito il perché di questo ribaltamento: all’esame c’è soltanto un quarto d’ora per parlare dell’argomento a scelta del candidato. Se c’è la pretesa di affrontare argomenti di ampio respiro, è inevitabile restare in superficie. Il senso delle indicazioni di legge sta invece nell’esatto contrario: all’esame uno studente deve dimostrare di essere capace di approfondire un argomento e di comprenderne le implicazioni al di là delle divisioni tra una disciplina e l’altra.

Vi pare poco?

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QUESTE SON SODDISFAZIONI!
(domenica 22 aprile 2007)

Non so come lo chiamate voi: dalle mie parti il ricevimento generale degli insegnanti viene popolarmente chiamato “il visitone”.

I genitori sono ovviamente esasperati dalle lunghe file d’attesa nei corridoi, noi prof. siamo altrettanto esasperati dalla scarsità del tempo a disposizione per ogni colloquio e dai bidelli che ci fanno fretta per chiudere la scuola secondo l’orario prestabilito...

Non tutto va sempre liscio: una volta, per esempio, due genitori si sono picchiati per una questione di precedenza. Ci ho un po’ scherzato sopra, dicendo che “la gente fa a botte per parlare con me”, e non in senso figurato... ma ci sono rimasta un po’ male, devo ammetterlo.

Di solito, però, le cose vanno meglio, ma, ovviamente, mi si riversa addosso tutto il carico dei problemi umani, familiari, intellettivi, caratteriali dei miei ragazzini. I genitori mi vedono spesso come una spalla su cui piangere, o addirittura come una santa taumaturga che con l’imposizione delle mani potrebbe, se solo lo volesse, risolvere tutto... mi ci vuole un bel po’ di pazienza per far capire che sono solo una povera diavola che riesce ad andare d’accordo coi ragazzi anche quando dà votacci (il perché è ancora un mistero, per me), ma che non posso far miracoli...

Insomma, una faticaccia!

C’è però un momento in cui il visitone riesce, incredibilmente, a tirarmi su il morale: quando incontro i genitori di una classe iniziale, alla fine del primo anno scolastico.

Quest’anno, per esempio, ho una terza. E’ stata tutta una teoria di mamme che mi chiedevano, con fare apprensivo: “Ma, scusi, professoressa, lei l’anno prossimo avrà ancora questa classe?” e, quando spiegavo che conto, almeno per quanto dipende da me, di portarli fino in quinta, tiravano dei gran sospironi di sollievo e mi salutavano tutte giulive.

Beh, devo ammetterlo, questo mestiere dà qualche soddisfazione!

Se magari desse anche un po’ più di stipendio, sarebbe quasi perfetto, ma questa è un’altra storia...

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LA MIA FRASE PREFERITA
(martedì 10 aprile 2007)
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Lei è all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare.
 
Eduardo GALEANO, LAS PALABRAS ANDANTES

Adoro questa citazione.
Niente riesce a definire meglio le motivazioni del mio lavoro.
E' in testa al mio blog personale.
L'ho inserita come firma elettronica nelle mie mail.

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HO APERTO LA MIA PAGINA!
(domenica 11 marzo 2007)
Sono un'insegnante di scuola superiore con una lunga esperienza anche nella scuola media.
Credo moltissimo nell'importanza della collaborazione e dello scambio di esperienze tra noi docenti.
Se ci chiudiamo ognuno nel proprio guscio, rischiamo di essere sopraffatti dalla stanchezza e dall'isolamento (lo dico per esperienza personale!).


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